/* il mio dottore widget*/
Psicologia

Che cos’é la vita se non dare valore all’esistenza?

Dopo vari contatti privati e professionali con persone senza alcun titolo di studio o laureate in diverse discipline, mi sono posto una domanda: chi sono io di fronte agli altri? Sembra retorica se pronunciata con alterigia e pomposità; è  invece, in domanda istruttiva se è rivolta a se stessi per comprendere il significato di ciò che si è secondo il detto socratico “gnosce te ipsum”. Questa domanda, recentemente se l’è posta anche il Papa rispondendosi di non poter giudicare nessuno.

La cosa più importante, però, non è solo saper ascoltare gli altri, ma saper ascoltare se stessi, perché chi non sente la propria voce, non può udire neanche quella altrui. Professionalmente ascolto sempre gli altri e delle loro esperienze negative faccio tesoro, non commettendo i loro errori.

Personalmente vivo secondo una logica emotiva che dà spazio all’improvvisazione e all’autoironia per cui “due più due” possono dare un risultato diverso da quello matematico. Cerco continuamente la perfezione, ma ne sono molto lontano perché non vorrei  essere perfetto. Emozioni e i sentimenti mi fanno amare la vita con maggiore leggerezza e il ragionamento matematico turba spesso la mia esistenza.

Per darmi un giudizio, credo di essere un perfetto imperfetto che va alla ricerca della propria perfettibilità, convinto che la perfezione non è applicabile all’umano, ma è soltanto una meta ideale che coincide con la compiutezza fisica e psicologica. La vita fisica è una crescita determinata dalla biologia, quella psicologica da me e dall’ambiente che mi circonda. Il sapere è un sogno umano che svanisce solo con la morte.

La persona cosiddetta “perfetta” che sa tutto, che conosce tutto e che dà spiegazioni dell’Universo, del sensibile e dell’ultrasensibile mi fa venire un complesso d’inferiorità perché con la sua perfezione considera la mia imperfezione come difetto, mentre io la ritengo pregio di una maturità non ancora compiuta.

Il mio cruccio è di non riuscire a far capire agli altri che l’imperfezione temporanea è lo stato ideale che ci mette di fronte al gioco della vita: crescere o regredire? Incrementarsi o contenersi? Perfezionarsi o peggiorarsi?  Scommettere sulle proprie potenzialità o negare ogni possibilità di essere migliore? Questo è il gioco della vita, altrimenti quale altro significato avrebbe l’esistenza?

Esistere vuol dire venire fuori per fare qualcosa e non  assistere passivamente all’evoluzione della vita come se fosse altro da noi.

Se tu vivi cento anni senza dare il segnale del tuo passaggio su questa terra sarai sempre uno sconosciuto che ha rubato il tempo per non fare nulla. Che cosa rimane di te, se non lasci agli altri un segno tangibile della tua esistenza?

Vorrei dire ai giovani che la vita è come un arcobaleno. Date un significato vitale ai vostri colori che dimostrino il vostro passaggio, altrimenti non lascerete il segno di essere vissuti.

Leave a Reply