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Balbuzie. Disartrie. Dislalie. Disfonie. Disintegrazioni fonemiche

psicoanalisi

 

Il linguaggio è una delle più grandi conquiste del bambino nei suoi primi anni di vita. Parlare bene significa conquistare nuove relazioni. La qualità del linguaggio è un biglietto di visita da utilizzare con arte.

 

La logopedia non "cura" solo il bambino, ma "ha cura" della sua crescita totale, quindi coinvolge l'intelligenza, l'immaginazione, la memoria, i movimenti del corpo e la stessa famiglia.

 

La qualità del linguaggio è un biglietto di visita da utilizzare con arte.

 

Un linguaggio chiaro e corretto è la base di tutto lo sviluppo del minore, perché gli permette di costruire un rapporto interattivo con le persone.

 

La logopedia interviene anche in soggetti adulti?

 

E' una scienza giovane entrata nelle Università da poco tempo, anche se in concreto, essa è stata applicata fin dai primi anni del secolo scorso negli Istituti per bambini privi di udito.

 

Inizialmente, denominata Ortofonia, assumeva il significato di "corretta e giusta pronuncia" della parola, mentre con "logopedia", oggi si vuole indicare la prevenzione dei difetti di linguaggio e l'aver cura delle patologie della comunicazione quindi è utilissima anche per gli adulti.



Psicologo logopedista

Problemi di linguaggio

Problemi linguaggio logopedia

Il logopedista psicologo si occupa di molti problemi. Citiamo i più comuni:

 

1) Balbuzie: è una ripetizione spasmodica delle parole che toglie fluenza al discorso. Quando si manifesta verso quattro cinque anni di età è definita balbuzie fisiologica nel senso che essa deriva dalla non completa costruzione del linguaggio infantile. Dopo il sesto anno il sintomo rischia di strutturarsi nella personalità del soggetto e tramutarsi in balbuzie secondaria nel senso che può rimanere definitiva. A questo punto è bene sentire il parere di uno psicologo che analizzi la situazione familiare e dia informazioni necessarie ai genitori sul da farsi. La balbuzie può essere tonica, clonica e tonoclonica ed è un disturbo multifattoriale perché a determinarlo intervengono molte cause. Una balbuzie fisiologica può rappresentare un primo sintomo che segnala un'eventuale predisposizione del soggetto a balbettare, che è bene non sottovalutare.

 

2) Disartria : è un disturbo motorio del linguaggio. Il soggetto ha difficoltà di articolare i movimenti necessari per pronunciare la parola per danni cerebrale (ictus). Occorre una precisa diagnosi per stabilire quale area del sistema nervoso è stata danneggiata.

 

3) Disfonia : è una difficoltà di produrre voce fisiologica. Il soggetto emette voce afona o rauca per cause organiche o funzionali.

 

4) Dislalie : Sono errori o difficoltà di pronunciare determinati fonemi e interessano le zone in cui avviene l'impostazione degli stessi. Sono quindi dislalie labiali se interessano la posizione delle labbra; dislalie dentali se interessano le arcate dentarie; labiodentali, sibilanti, linguali, palatali, ecc.

 

5) Disfagie : sono disturbi della deglutizione come nei soggetti affetti da palatoschisi, sindrome di Down e da problemi di tipo neurologico.

 

6) Disturbi d'apprendimento come nei casi di dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia.

 

7) Disturbo pervasivo dello sviluppo come nel caso dell'autismo.

 

8) Difficoltà di linguaggio di varia natura.

 

9) Disintegrazione fonemica .

 

10) Complicazioni nell'apprendimento di lettura e scrittura .

 

11) Iperattività ADHD.

 

 

Pubblichiamo un documento del dott. Giuseppe Staffolani sul tema iperattività:

 

CARATTERISTICHE DEL DISTURBO

NATURA DEL DISTURBO

CHE FARE APPENA CI SI ACCORGE DEL PROBLEMA?

AGIRE SUL CORPO E SUI MOVIMENTI

E' CONSIGLIABILE IL TRATTAMENTO FARMACOLOGICO?

CONCLUSIONE

    DOCUMENTO: IPERATTIVITA' ADHD

    Attenzione Scarsa Iperattività Disordinata

    CARATTERISTICHE DEL DISTURBO

    In uesta sigla si nasconde un disturbo che colpisce il 5-6% dei bambini in età scolare, con maggiore incidenza nei maschi rispetto alle femmine (3: 1).

    Si tratta di un disordine neurologico caratterizzato da una scarsa attenzione e da un eccesso di attività o impulsività che compare fin dai primi mesi di vita e che si può protrarre anche nell’adolescenza e nell’età adulta, se il bambino non è adeguatamente curato con tecniche psicologiche e psicoterapie familiari.

     

    I soggetti con questo disturbo non sono in grado di concentrarsi né di mantenere l’attenzione nell’esecuzione dei vari compiti assegnati, perché agiscono impulsivamente senza pensare, non riescono a rimanere fermi per lungo tempo e non hanno la possibilità di modificare il loro comportamento in base agli errori compiuti.

     

    Sono agitati, irrequieti e distratti, pronti a cambiare attività con reazioni ipercinetiche che comportano un’eccessiva motilità del corpo con conseguente incapacità di soffermare la propria attenzione in determinati punti d’interesse.

    Durante l’esecuzione delle varie consegne, questi bambini, specie se annoiati, muovono disordinatamente gambe, mani, testa e, con vari spostamenti del corpo, giocherellano con oggetti a portata di mano senza alcuno scopo costruttivo.

     

    Hanno difficoltà ad accettare le regole a causa dell’eccesso di attività motoria, dovuta alla scarsa attenzione nel controllo dei movimenti involontari. Tale mancanza d’autocontrollo si ripercuote negativamente nell’apprendimento della lettura e della scrittura e per questo, alcuni soggetti possono sembrare dislessici e disortografici, pur non presentando i classici sintomi di tali disturbi.

     

    Ciò provoca un notevole insuccesso scolastico vissuto con irrequietezza, indisciplina e bassa autostima che costringe, a volte, insegnanti e genitori a prendere decisioni sull’opportunità o meno di trovare vie alternative alla normale scolarizzazione, per non aggravare ancor più il disagio psicologico.

     

    I primi sintomi di questo disturbo si evidenziano già all’età di due/tre anni e in genere aumentano con l’ingresso nella scuola materna ed elementare, in quanto sono costretti ad osservare regole di comportamento che il loro apparato neurologico non permette.

    In mancanza di un intervento psicoterapeutico rivolto ai soggetti stessi e ai familiari, codesti disturbi persistono anche nell’età adolescenziale e matura, con ripercussione non benevola per quanto riguarda la sfera cognitiva ed emotiva.

     

    NATURA DEL DISTURBO: Genetico e Psicologico

     

    Le cause del disturbo adhd sono molteplici, ma si sa quasi per certo, che quella più rilevante è di natura biologica, ovverosia innata e di carattere ereditario. Sembra che il bambino nasca con una predisposizione a sviluppare quei comportamenti che mostrano sia il deficit dell’attenzione sia la caratteristica dell’iperattività cinestesica.

     

     

    Alcuni studiosi hanno fatto notare i probabili effetti del fumo e dell’alcool durante la gravidanza. Altri, con tecniche di risonanza magnetica, hanno riscontrato che determinate aree del cervello dei bambini ADHD sono più piccole in volume, di quelle dei bambini cosiddetti normali.

     

    Le situazioni socio-ambientali disagiate, senza dubbio, aggravano il disturbo. Un’educazione superficiale, discontinua e variabile che incida negativamente nel patrimonio biologico già irregolare, non permette di acquisire punti fermi per un comportamento adattivo.

     

    Una presenza discontinua del padre e della madre e l’affido del bambino a persone diverse, che agiscono con metodi frammentari, saltuari, irregolari, variabili e discontinui, non giovano alla riabilitazione del soggetto disturbato che, invece ha bisogno di azioni operative e socio-affettive durature e stabili.

     

    I genitori litigiosi e astiosi determinano un ambiente poco adeguato alle esigenze del bambino che già presenta in sé, nella propria natura, disfunzioni neurologiche. Di conseguenza, simili atteggiamenti possono aggravare il già precario adattamento all’ambiente familiare, che poi, diventerà più grave, nell’ambiente scolastico.

     

    La televisione, inoltre, potrebbe essere un’altra causa dell’adhd. Una ricerca americana su 2500 bambini pubblicata nella rivista Pediatrics ha rilevato che le ore eccessive passate davanti alla televisione in bambini da 0 a 6 anni influiscano negativamente nello sviluppo e i sintomi possono ripresentarsi in forme più appariscenti in età adulta, sfociando a volte, in personalità antisociale con conseguenti disturbi di umore.

     

    L’intelligenza dei bambini adhd, in genere, è nella norma, ma essendo molto vulnerabili a causa della loro disorganizzazione genetica, essi hanno molte probabilità di avere una scarsa realizzazione scolastica, con conseguente difficoltà di adattamento nel gruppo dei pari.

     

    Questa difficoltà d’inserimento nel gruppo genera, a sua volta, scarsa autostima, gelosie, impulsività e aggressività che, molto spesso, è scaricata sui coetanei, sui familiari e sugli insegnanti stessi con tutte le note negative che da simile comportamento possono derivare.

     

    CHE FARE?

     

    La prima cosa da fare, ovviamente, è una diagnosi clinica precoce per valutare se il disturbo riguarda la disattenzione, l’iperattività o entrambe. Occorre poi, intervenire nella situazione familiare con precise regole estensibili a chi si occupa del bambino, senza escludere gli operatori scolastici.

     

    Non credo che esistano dati specifici sui risultati ottenuti con l’orientamento psicoterapeutico né su quelli ottenuti con farmaci, perché il problema riabilitativo è molto più complesso che quello diagnostico. In altre parole, sappiamo bene in che cosa consiste il problema, perché è visibile e clinicamente diagnosticabile, ma non sappiamo con precisione, come fare per risolverlo, perché non esiste una terapia psicologica ben dosata.

     

    Trattandosi di una sindrome genetica di carattere ereditario, di fronte alla quale anche la terapia farmacologica è poco consigliata, è difficile penetrare nella configurazione neurale con mezzi psicologici standardizzati, quindi gli interventi più efficaci sono quelli che tendono a rielaborare quell’apparato neurologico disorganizzato, in nuovi modelli comportamentali.

     

    Personalmente posso affermare di aver trovato notevole vantaggio terapeutico nel cambiamento dell’ambiente, affidando il bambino ad un’altra famiglia parentale, debitamente guidata, per un periodo non inferiore ad uno o due anni, per poi reinserire nella famiglia di origine il soggetto ormai stabilizzato, previo un percorso psicoterapeutico individuale, di coppia e di gruppo.

     

    Non sempre ciò è possibile per il rifiuto posto dai genitori stessi i quali, forse giustamente, si sentono in un certo senso, colpevolizzati da una decisione così rilevante, ma l’esperienza mi ha insegnato che quanto più si è decisi, tanto più i risultati sono benefici.

     

    L’operatore clinico, ovviamente, pur essendo determinato in ciò che intende proporre, ha il dovere di non colpevolizzare la famiglia, perché il disturbo del bambino è genetico; il compito dello specialista non è quello di giudicare ciò che la natura ha prodotto, ma di lavorare-insieme per invertire il processo anomalo della natura medesima, e guidarlo quindi, verso la normalizzazione.

     

    Ciò induce più facilmente i genitori, a una collaborazione per la messa a punto di tutti gli accorgimenti e delle tecniche adeguate per la risoluzione del problema o, quantomeno, per il suo ridimensionamento.

     

    I primi interventi da praticare, concordandoli con i genitori, sono quelli di carattere psico-corporeo, perché il soggetto ADHD deve imparare gestire la propria corporeità. Il corpo con le sue caratteristiche morfologiche e funzionali è l’elemento primo, verso il quale deve essere diretta la prima fase dell’intervento psicoterapeutico.

     

    La concentrazione sui vari movimenti del proprio organismo, l’educazione dei sensi, visivo, acustico, olfattivo e tattile, la lettura delle immagini, le variazioni posturali e i vari esercizi utili per la percezione delle dimensioni temporali, sono movimenti attraverso i quali i bambini rendono più reattivi i loro sensi e più organizzati i vari processi dell’attenzione.

     

    AGIRE SUL CORPO E SUI SUOI MOVIMENTI

     

    Scrivere dietro le loro spalle sillabe o parole conosciute, invitandoli a ripetere ad alta voce la parola sentita attraverso il semplice contatto di un dito che coinvolge un’ampia zona del suo corpo, (la schiena) è un modo molto utile e stimolante per incoraggiare la concretizzazione del rapporto terapeuta-cliente e per stimolare la concentrazione del pensiero.

     

    Inducendo, per gioco, il bambino a rimanere fermo con gli occhi chiusi e le braccia conserte, con la testa piegata ora sulla spalla destra, ora sulla sinistra, si predispone l’organismo a comprendere il significato della staticità e del movimento del corpo nello spazio circostante.

     

    Disteso in terra, il soggetto in trattamento, fissa un punto nel soffitto e solleva, alternativamente, ora la gamba destra ora quella sinistra, ora la mano destra, ora la sinistra poi, sempre disteso, si rotola da una parete all’altra della stanza, in modo da far proprio il contatto con il pavimento (altro da sé) aderendo, in tal modo, a una realtà fisica che può essere calda o fredda, gradevole o sgradevole.

    Con le spalle rivolte verso un muro si ordina eseguire, ad occhi chiusi, alcuni comandi per impostare e programmare l’organizzazione spazio-temporale.

     

    Con occhi bendati gli si ordina di mettere un oggetto sopra il termosifone, sotto la scrivania, dentro il cassetto destro e sinistro, in modo che il bambino possa rendersi conto che ogni cosa deve avere il suo posto e che un posto piccolo non è adatto per un oggetto grande.

     

    Tutti gli esercizi di carattere ludoterapico che si possono inventare nel momento del gioco-insieme, sono utilissimi fino all’età di sette anni/otto e possono essere eseguiti e ripetuti anche dai genitori preventivamente ben preparati anche se, molto spesso, bisogna ammettere che i genitori non sempre riescono a imporre la loro autorevolezza per rendere interessanti i cosiddetti giochi terapeutici.

     

     

    Dalla preadolescenza in poi, è utile proporre altre tecniche a livello emotivo-razionale e, soprattutto bioenergetico, ma ciò diventa compito esclusivo dell’operatore clinico.

     

    E’ CONSIGLIABILE IL TRATTAMENTO FARMACOLOGICO?

     

    Trattandosi di bambini, personalmente sono contrario all’uso dei farmaci, sebbene nei casi più gravi e dietro stretto controllo medico, il trattamento farmacologico può essere consigliato per fare un bilancio fra beneficio-rischio, per capire in altre parole, se è più consigliabile il trattamento farmacologico dosato o l’approccio psicoterapeutico prolungato. Studi specifici in tale argomento non sempre sono stati favorevoli al trattamento farmacologico.

     

    CONCLUSIONE

     

    Ho dato alcuni esempi degli interventi che giornalmente occorre ripetere per modificare quella natura irrequieta ed iperattiva che costringe il bambino a fare movimenti sconclusionati e privi d’ogni significato.

    La fantasia dei genitori, degli insegnanti e degli operatori in genere, una volta compreso il significato dell’azione terapeutica, può sbizzarrirsi per escogitare tante altre attività ludiche consone a modificare quella natura capricciosa che costringe il bambino a compiere atti, che non vorrebbe fare, ma che effettua perché è spinto da un motore interno che egli non sa spegnere.

     

    Scritto nel marzo 2005 rivisitato nel settembre 2010

    Leggi anche: disturbi apprendimento

      • Depliant.pdf nome documento

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